Come un respiro” è l’ultima fatica letterearia dello scrittore, regista e sceneggiatore Ferzan Ozpetek.

Se stai per leggere un romanzo scritto da Ferzan Ozpetek o per guardare uno dei suoi film, sai già che ti “siederai” al tavolo con un gruppo di persone (amici o familiari) che conducono una rilucente vita normale solo in apparenza, come sul palcoscenico di un teatro che dietro le quinte nasconde di tutto.

Con loro, osserverai un evento inaspettato giungere a quello stesso tavolo, come un uragano, stanare tutti i segreti più scabrosi e portare a galla le verità che si celano dietro a quella vita da copertina.

Ozpetek, un maestro nello smascherare le falle del sistema “vita perfetta”

Ozpetek è un maestro nel narrare l’animo umano, nello smascherare le falle del sistema “vita perfetta”, nel descrivere i sentimenti degli esseri umani, che siano puri o sporchi. Adoro i suoi film, adoro le sue storie: con “Mine vaganti” ho riso e pianto allo stesso tempo, “Cuore sacro” mi ha inchiodato letteralmente al muro, “Saturno contro” mi ha lasciato l’amaro in bocca per giorni… e potrei andare avanti all’infinito.

Ma l’ultimo romanzo, “Come un respiro”, non ha avuto su di me lo stesso effetto di sempre. E’ una storia alla Ozpetek, ma l’ho trovato prevedibile e, per quanto in genere adori i finali aperti, questa volta ho avuto la sensazione che mancasse qualcosa.

Siccome non parlare del tutto bene di uno tra i miei registi e scrittori preferiti mi fa piuttosto male, in questo articolo l’approfondita recensione del romanzo si intreccerà con un’altra storia, la mia: una storia dentro la storia, come nel migliore romanzo Ozpetekiano. Perché

ogni libro entra prepotentemente nella storia di chi lo legge e può persino cambiarne il destino.

Un po’ della mia storia: una tipica storia Ozpetekiana

come un respiro

Era il mese di luglio del 2014.

Io e mia sorella gestivamo un negozio di artigianato, oltre a vendere prodotti unici, ospitavamo corsi di arte, sartoria, cucina ecc. Era bello, era un sogno.

Stavo con un uomo che non mi amava, che mi aveva tradito più volte, ma come il perfetto protagonista di un libro di Ozpetek fingevo andasse tutto alla grande.

Sarei partita di lì a poco per la Sicilia, era estate, ero felice. No, non lo ero affatto. Ma non lo sapevo.

Poi, una ragazza che frequentava un corso di sartoria da noi, con cui avevo particolarmente legato, mi fece un regalo inaspettato: mi regalò “Rosso Instanbul“, il primo romanzo di Ozpetek. Sulla prima pagina scrisse una dedica.

A volte le strade si incrociano per poco tempo, a volte per più tempo. Ma ciò non toglie che siate nel mio cuore. Conoscerti è stato un bellissimo dono. Non mollare la tua scrittura.

Poco dopo scoprii un nuovo tradimento dal suddetto uomo che non mi amava e la storia franò, trascinando in un buco nero tutto.

Era il 19 luglio.

Il 24 partii alla volta di una lunga vacanza. Portai con me “Rosso Instanbul”. Lo lessi d’un fiato, ne consumai le pagine e ne sottolineai frasi che divennero nei mesi a venire veri e propri mantra.

Perché in quel preciso momento della mia vita, “Rosso Instanbul” sembrava scritto proprio per me. Parla d’amore, di passione per la vita e per i sogni e di scrittura. Di tutte quelle cose di me che non avevo la forza di credere fossero i miei punti di forza. Perché

l’amore salva, ma l’amore sbagliato distrugge. L’amore che non ti ama, ma cerca solo di cambiarti affinché diventi qualcuno che potrebbe amare, è il male pù grande in cui chiunque possa imbattersi.

Per questo che “Rosso Istanbul” divenne parte della mia storia, quella che iniziò quello stesso anno. Quell’estate, infatti, finalmente finii di scrivere il mio romanzo, “L’amore sublime”. E tutto divenne un susseguirsi di eventi, travolti da un uragano.

Nel momento stesso in cui la vita si fa racconto, il buio si fa luce e la luce ti indica la strada. E adesso lo sai, il posto caldo, il posto a sud, sei tu”

ROSSO INSTANBUL

“Come un respiro”, tipica trama alla Ozpetek

“Come un respiro” è un bel romanzo.

Parla di un gruppo di amici, tre coppie, che come ogni domenica stanno per trascorrere insieme il pranzo a casa di Giovanna e Sergio. Ma nelle loro vite apparentemente normali, entra prepotentemente una donna, Elsa, che bussa alla porta dei padroni di casa, convinta che lì abiti ancora la sorella Adele, che non vede più da oltre 50 anni.

Come molte delle storie di Ozpetek ritroviamo una tavolata di amici. La scena mi ha ricordato, infatti, quella iniziale di “Saturno contro”, amici che si vogliono bene, ma che, in realtà, sono tutto fuorché sinceri gli uni con gli altri. Mi ha ricordato anche la tavolata di “Mine vaganti” quella attorno a cui si raduna la famiglia Cantone e dove si assisterà alla scena madre di tutto il film: la confessione del fratello “sbagliato” (se non lo avete visto, fatelo!)

Detto questo, come moltissime storie di Ozpetek, questo pranzo che dovrebbe svolgersi come al solito, si ferma a causa di una serie di imprevisti: prima l’arrivo di Elsa, poi una tragedia (anche questo è tipico delle storie del regista, che nei sui film e romanzi inserisce prepotentemente la morte nel quotidiano come espediente per scardinare le ipocrisie e i non detti della società); infine l’arrivo di Adele, che racconterà loro la storia che l’ha separata dalla sorella Elsa, rivelando i segreti che hanno distrutto l’amore che le univa.

“Come un respiro”, un bel romanzo che non mi ha parlato

Ozpetek ha una penna che cattura. Forse alcuni passaggi sono troppo dettagliati, ma credo sia una caratteristica che arriva dal mondo del cinema.

La narrazione è piacevole, i fatti si susseguono uno dietro l’altro, portando a galla i segreti delle due sorelle.

Altro aspetto che adoro, è il mix perfetto tra Oriente e Occidente. L’Italia è il luogo in cui si svolgono i fatti, ma Instanbul è la città in cui Elsa si è rifugiata per sfuggire a una colpa che la univa a sua sorella e per cercare di rifarsi una vita e che viene celebrata in tutto il suo splendore.

Ozpetek onora la sua terra natia, come fa in quasi tutte le sue opere. E ci riesce dipingendo una città sensuale, in cui la tradizione dell’hammam e degli antichi palazzi ottomani si fonde con la modernità, rappresentata per esempio dalla descrizione di una donna imprenditrice (Elsa, appunto, che a un certo punto della storia acquista e inizia a gestire un hammam).

Quello che non mi ha convinto è prima di tutto la storia delle due sorelle: una storia tutto sommato banale, prevedibile.

come un respiro

Ma soprattutto, non mi ha convinto l’altra storia, quella dei 6 amici che vengono travolti da quella di Elsa e Adele. Perché mentre Adele confessa i loro segreti, Ozpetek tratteggia anche le personalità dei 6, rivelandoci i pessimi segreti che potrebbero far scricchiolare le loro vite patinate.

Solo che, non appena la storia di Adele si conclude, anche il racconto dei sei si conclude: in pratica, sappiamo che ne combinano di cotte e di crude, ma non sappiamo cosa succederà poi, niente di niente, ne una riflessione, né un pensiero…

Adoro i finali aperti, come ho scritto prima, ma così sono rimasto un po’ con la bocca asciutta. So per certo che Ozpetek anche in questo vuole dirci qualcosa, forse che tutti siamo un macrocosmo di segreti e che le nostre vite proseguono nonostante tutto?

Probabilmente è così, ma proprio per questo sono rimasta ancora più male. Un accenno di speranza, un finale ad effetto, non so… qualcosa che mi facesse chiudere il libro pensando “wow”. Non è accaduto.

Insomma, a differenza di “Rosso Instanbul” che sembrava parlare proprio a me, “Come un respiro” non è riuscito a dirmi granché.

Sono certa che sia un caso, le storia di Ozpetek torneranno a sedurmi.

La vita scorre come un respiro. E dentro ci lascia la nostalgia di già che avremmo potuto fare e la consapevolezza di ciò che non siamo diventate.

COME UN RESPIRO

Se vi è piaciuta questa recensione, lasciate un commento o ditemi la vostra. Per leggere le altre recensioni, cliccate qui.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *