Un reading retreat può cambiarti davvero.

La forza delle donne

Ho sempre avuto un debole per la forza che hanno certe donne di cambiare vita e di non aderire a convenzioni o stereotipi che ci impongono di avere un lavoro, una famiglia, una vita tradizionale. Un debole e un po’ di invidia, per quella determinazione che non avrei e invece vorrei.

Bisogna essere coraggiose nel decidere, per esempio, di vivere lontano dalla città, dalla modernità e da tutto quello che questo comporta. Nel vivere prendendosi cura di una casa che non è tua, ma è di tutti quelli che passano, nel vivere per accogliere.

Cecilia. E’ lei la prima persona a cui penso mentre scrivo. L’ho conosciuta dove vive, in provincia di Mantova, in un posto che si chiama La Macchina Fissa, dove sono stata un weekend per un reading retreat. E da quando l’ho incontrata mi chiedo cosa provo nel pensare a lei, al luogo in cui vive alla vita che fa.

Oggi, il giorno dopo essere tornata, l’ho immaginata girovagare da sola per quella cascina tanto grande, così grande che per due giorni le ho chiesto se non ha paura a stare lì, le volte in cui capita che resti sola. Ma, immaginandola lì, in quelle stanze accoglienti come una vera casa, in cui tutto è suo ma è anche di tutti, mi si è stretto il cuore per la malinconia di non esserci anche io, ho provato invidia per non poter godere tutti i giorni di quelle lame di luce che attraversano finestre grandi e librerie immense.

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Reading retreat: cosa mi aspettavo, cosa ho trovato

Faccio un passo indietro, per permettervi di seguire meglio il mio stream of conscioussness.

Lo scorso fine settimana sono stata in provincia di Mantova, a Borgo Virgilio, dove per il mio compleanno mi sono regalata un reading retreat con Womenplot, una casa editrice fondata da Erica, che si occupa di sostenere e amplificare la voce delle autrici donne. Tradotto in italiano, il reading retreat sarebbe un “ritiro di lettura”, ma perde tutto il suo fascino, dunque permettetemi di continuare a dirlo in inglese.

Questo reading retreat si è svolto, appunto, da La Macchina Fissa, un posto creato da Clark, un americano eclettico ed eccentrico, e gestito con il supporto di Cecilia.

Cosa mi aspettavo?

Tre giorni e due notti di relax, a leggere e dormire, una camera tutta per me, un bagno moderno e funzionale, chiavi per accedere alla stanza… insomma, un normale soggiorno in un b&b, con l’aggiunta di compagne con cui condividere l’amore per la lettura e con cui scambiare quattro chiacchiere ogni tanto.

Cosa ho trovato?

Un luogo fuori dal tempo, una cascina, una grande casa, con una stupenda cucina accessibile a tutti. Una stanza senza porta (e quindi senza chiavi), un bagno in comune, caprette e galline che gironzolano, un gatto che sale sulle sedie mentre mangi, caprette che saltellano dentro e fuori i recinti, un pavone che ti compare accanto quando apri la porta, un grande giardino selvaggio, insetti che ronzano, odore di menta a ogni passeggiata, profumo di zucca quando è ora di pranzo, un gruppo di donne delle più svariate età con gli occhi luccicanti davanti a scaffali strabordanti di libri (6000, seimila libri!!!), tavolate immense, chiacchiere, bicchieri di vino, condivisione, parole, lucine appese al soffitto, profumo di legna alla sera, angoli di lettura ricavati ovunque.

Mi sono spaventata all’inizio. Volevo un bagno tutto per me, una stanza con la porta. Come avrei potuto dormire bene di notte, senza porta? E poi… il bagno: come si può usare un bagno con altre 15 persone che non conosci? Non ero a mio agio, volevo altro…

C’è stato qualche istante in cui un rivolo di ansia ha tentato di insinuarsi tra capo e collo. Sono (o forse ero) una donna al suo 39esimo compleanno abituata a porte e bagni singoli. Ma poi è successo qualcosa, che credo di poter raccontare così: ho lasciato che le mie debolezze mi facessero paura.

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Riflessioni femministe durante un reading retreat

Era tempo che desideravo regalarmi qualche giorno fuori dal tempo, fare un ritiro. Quando alla parola ritiro ho sentito associare la parola lettura ho capito che era giunto il mio momento.

Presumo che la parola ritiro mi abbia tratto in inganno, mi aspettavo qualcosa di solitario, individuale; invece, se da un lato ho trovato anche questo e tre giorni di allontanamento da tutto quello a cui siamo abituati, ho trovato anche tanti momenti di condivisione, non solo di letture, ma anche di pensieri e stati d’animo, legati per esempio alla condizione femminile, riflessioni che mi hanno portato a guardare in faccia certe paure o ad affrontare alcune rigidità che non mi rendevo conto di portarmi appresso.

Una questione già iniziata prima di partire, quando la domanda più gettonata era: “Ma la tua bambina?“. Come se avessi intenzione di abbandonarla in autostrada durante il viaggio (permettetemi un po’ di sano cinismo!), come non avesse un padre, un luogo in cui stare senza di me, come se come mamma non dovessi minimamente pensare di stare sola per qualche giorno.

Mi spiego meglio. Con donne provenienti da tutta Italia, di tante eta diverse, abbiamo parlato di come in Italia solo il 30% circa di libri pubblicati sia di autrici donne, di come questo in parte dipenda dalla minore sicurezza delle donne che rende meno coraggiose nell’invio di manoscritti alle case editrici; un dato in contrasto con la percentuale di lettrici, ben superiore a quella dei lettori (47% contro il 34%) (se vi interessa l’argomento, leggete qui).

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Ma che significa “essere femminista”?

Con ospite Jennifer Guerra, autrice de “Il capitale amoroso” la discussione si è allargata a tanti temi che riguardano il femminismo e l’essere donna e a un certo punto mi sono resa conto di qualcosa che ha ostacolato il mio cammino per tanto troppo tempo.

Mi sono sempre ritenuta una femminista convinta. Ne ho subite di cosa ingiuste, ne ho ascoltate di frasi denigranti che hanno tentato di “mettermi a posto”, spesso nemmeno capendo appieno che si trattava di cose fatte o dette perché sono donna (soprattutto quando ero più giovane).

Con il tempo ho compreso che dovevo difendere i miei diritti, che dovrebbero essere scontati ma ancora non lo sono, per esempio il diritto di non volere figli, il diritto di non volersi sposare, di voler vivere da sola, di voler essere indipendente. Cose banali? Si, eppure ancora oggi osteggiate, specie in piccole realtà dove se non ti sposi ancora ti chiamano “zitella”.

Quando, negli ultimi tempi, ho avuto Celeste e ho iniziato a convivere, mi sono sentita quasi in colpa, come se avessi rinunciato a lottare per quei diritti di cui sopra. Sentivo che il pensiero sottostante comune era: “alla fine, tutte quelle storie, e convive, ha avuto figli e sta per sposarsi…” Mi sentivo come se avessi smarrito la strada.

Poi, Jennifer Guerra, femminista, autrice di libri femministi, ha toccato questo argomento. Ha detto: “Molte persone, dopo aver letto Il capitale amoroso, mi hanno chiesto come mai fossi sposata, dal momento che sembrava fossi contro al matrimonio“.

Ecco, la riflessione mi ha portato a capire che spesso da chi è femminista ci si aspetta alcune cose: che sia contro al matrimonio, appunto, contro l’avere figli, contro una vita tradizionale, che sia una rivoluzionaria, una “testa calda”, una persona aggressiva e via discorrendo.

Ho fatto i conti con il fatto che io stessa pensavo come sopra. Una terribile debolezza e la dimostrazione di come certe idee siano al punto radicate nella cultura in cui viviamo da essere parte di noi stesse.

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Cecilia, Erica, Jennifer e le altre

Cecilia, Erica e Jennifer e le altre donne che ho incontrato in questo brevissimo pezzetto di viaggio mi hanno messo davanti a mille modi di essere femminista. Ma soprattutto di essere donna e più di tutto di vivere. E mi hanno messo di fronte alle mie debolezze.

Ho pensato che Cecilia, più di tutti, incarnasse il mio ideale di femminista, quella che prende e va, molla tutto e si costruisce una vita a sua immagine e somiglianza, ben lontano dagli stereotipi e dalle convenzioni.

Poi ho pensato che Erica fosse ancora più femminista, perché cazzuta e determinata a lottare per le donne, per dare loro voce, una voce forte che si facesse sentire.

Poi ho invidiato la forza di Jennifer, che scrive di questi temi, per farsi leggere e ascoltare da tutti. Ho visto nei suo occhi il coraggio di essere proprio come è.

Ma ogni donna che ho incontrato in questo reading retreat mi ha ispirata, mi ha messo di fronte a qualcosa che vorrei essere o fare per dimostrare il mio femminismo.

E mi ha fatto capire che essere femminista vuol dire soprattutto lottare per fare in modo che le donne abbiano diritto di essere quello che sono, di fare quello che amano, di avere le stesse possibilità degli uomini e di tutti, semplicemente e banalmente che il solo fatto di essere donna implica una lotta costante e continua per sé stesse e per le altre.

E io?

Ho lasciato il reading retreat e La Macchina fissa con una domanda, che è soprattutto una riflessione: cosa fai tu, Eleonora, per le donne? Cosa hai intenzione di fare per dare loro voce?

Non ho ancora risposta, ma questa domanda mi frulla in testa e a qualcosa, sono certa, porterà.

Più che certa: sono determinata!

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