Babilonia” di Yasmine Reza, poco più di 150 pagine, è senza dubbio da inserire tra quelli, come direbbe qualcuno, “short but shock”.

Colpita dalla copertina, l’ho preso in prestito in biblioteca, ma ci sono volute settimane prima che mi convincessi a leggerlo, perché, a onor del vero, la scrittura è un pochino pesante, non nel senso di noiosa, ma nel senso letterale: quello che Yasmine Reza racconta pesa sul cuore, al punto che, nonostante sia un libro brevissimo, la sensazione che mi è rimasta è che sia stata una lettura lunga e faticosa.

Non so se ha senso… ce l’ha?

Babilonia e la sua autrice, quante cose so di non sapere

Se provate a cercare sui motori di ricerca le recensioni di Babilonia, è assai probabile, come è successo a me, che vi compaiano soprattutto quelle di noti periodici, Panorama, L’Espresso, Linkiesta per citarne alcuni.

Sono andata a spulciarmi la biografia di Yasmine Reza, scoprendo una scrittrice, sceneggiatrice, attrice e drammaturga francese, con padre iraniano e madre ungherese, nata a Budapest, le cui opere sono state rappresentate un po’ ovunque, con premi, riconoscimenti e ovazioni.

Perché mai non ne avevo mai sentito parlare?

Ne deduco che questa scrittrice sia decisamente di nicchia ma anche che sono terribilmente ignorante (nel senso che ignoro) e che sono tante tantissime le cose che non so.

Ad ogni modo, Yasmine Reza ha vinto nei giorni scorsi un premio tutto italiano ma internazionale, il Malaparte 2021, nato nel 1983 su iniziativa di Alberto Moravia, interrotto tra il 1998 e il 2012, ripreso nel 2012 grazie a Gabriella Buontempo.

La scrittura della Reza è stata definita “in ascolto“, perché “ha saputo raccontare l’animo umano, partendo sempre da un piccolo, piccolissimo elemento di rottura, detonatore di temi invece imponenti” (fonte Ansa).

Trama di “Babilonia”

babilonia

Ma veniamo a Babilonia. 150 pagine che si svolgono quasi tutte in un condominio. Perché il titolo “Babilonia”?

Una scelta simbolica, come simbolica è la copertina, con tutti questi corpi, queste vite, intrecciati, vicini, ma così distanti, rovinosi gli uni per gli altri. Come se il palazzo in cui si svolge la vicenda racchiudesse tutto il senso della società.

Il luogo in cui la vicenda accade si chiama Deuil-l’Alouette (che, tradotto alla lettera, sarebbe «Lutto-l’Allodola»), un posto qualunque nella periferia di Parigi.

Qui, una donna qualunque, Elisabeth, con un buon lavoro, un marito, un figlio, una sorella e dei vicini di casa, ha 62 anni ed è annoiata dalla vita.

Nel raccontare quello che sta per accadere e sconvolgere tutto, Elisabeth ripercorre il suo passato, alla sua gioventù, tornando poi sempre al presente.

Addetta all’ufficio brevetti dell’istituto Pasteur, sposata con Pierre, ha un figlio; il suo vicino di casa, Jean-Lino Manoscrivi, ha origini italiane ed è sposato in seconde nozze con Lydie Gumbiner, una cantante dal carattere esuberante.

Impiegato nel ramo elettrodomestici, invece, è un uomo con pochi minimi sussulti, tra questi il nipotino di lei, Rémi, al quale è affezionato in modo strano.

E poi…

Succede che Elisabeth decida di dare una festa con parenti e amici e, rendendosi conto di non avere abbastanza sedie, le chiede ai vicini, invitandoli.

E succede che, durante la festa, Jean-Lino racconti agli ospiti l’ossessione della moglie Lydie per come vengono trattati gli animali negli allevamenti, per la quale al ristorante chiede sempre ai camerieri se i polli sono stati bene e hanno potuto “appollaiarsi” sugli alberi. Una banalità, che scivola presto in tragedia.

Quando tutti tornano a casa dopo la festa, Elisabeth si lascerà coinvolgere, nel corso di una strana notte, in una faccenda che potrebbe costarle assai cara. Per affettuosa solidarietà con un uomo di cui non sa molto, tranne che è solo, profondamente solo.

O forse perché, di colpo, ha voglia, fosse anche per un’ora, di respirare fuori dalla soffocante banalità del quotidiano, di farsi un giro «on the wild side» – di immergersi in una «dimensione di tenebra».

Short but shock

“Che importa quello che siamo, quello che pensiamo, quello che diventeremo? Siamo da qualche parte nel paesaggio fino al giorno in cui non ci siamo più”.

Sono tante le cose che vorrei dirvi, ma ovviamente non posso perché rischierei di rivelare troppo.

Quello che posso dire è che Babilonia mi ha scioccato e fatto ridere (con risate simil-isteriche) allo stesso tempo.

Un colpo all’anima l’essere messi di fronte al fatto che la tragedia sia sempre dietro l’angolo, nella banalità delle vita.

E quando accade, come si comportano le persone colte in flagrante nel loro banalissimo vivere quotidiano?

Messi davanti alla storia, alla fine, viene da chiedersi cosa avremmo fatto noi, in una situazione simile, se ci saremmo comportati come uno dei protagonisti o se avremmo agito diversamente. Ad ogni modo, la situazioni surreale e tragicomica non può che turbare.

E nello stesso tempo, è pazzesco come in così poche pagine la scrittrice riesca a tirare fuori le angosce più segrete, mettendo in scena sentimenti umani, errori, tragedie e poi idiosincrasie che insinuano la follia nella vita “normale” di tutti.

E poi, dopo la tragedia, il ritorno alla normalità, come se non fosse mai successo, come un sogno. Il senso ultimo mi sembra avercelo già ricordato in passato Quasimodo: “Ognuno sta solo sul cuore della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera

Alla fine io lo consiglierei: breve ma davvero intenso, per chi ama i romanzi sull’ineluttabilità della vita, senza lieto fine, con del sano cinismo e una buona dose di malinconia

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