De “I ragazzi della Nickel” di Colson Whitehead non si può dire niente di diverso da: che capolavoro! Per i temi trattati, per il fatto di mettere sotto la lente di ingrandimento tematiche che, purtroppo, non appartengono ancora al passato, ovvero quelle delle discriminazioni razziali. 

A chi me lo chiedesse, consiglierei di certo questo romanzo, che è ispirato a una storia vera e ha un finale che è in un certo senso poesia. 

Però, anche se ho timore a dirlo di un due volte premio Pulizer (Colson Whitehead ha vinto il Pulizer nel 2020, con questo romanzo, e nel 2017, con “La ferrovia sotterranea”), qualcosa ha stonato. Credo comunque sia giusto farlo per dare una recensione corretta e veritiera, che (serve dirlo?) è ovviamente la mia e solo mia. 

Se devo fare un appunto, è il seguente: a tratti l’ho trovato un po’ frettoloso. Anche il finale, la parte che chiarisce e rende speciale tutto il romanzo, a mio avviso, si sviluppa troppo velocemente.

Devo dire che, per le recensioni che avevo letto, avevo maturato così grandi aspettative da essere un po’ delusa. È un romanzo molto asciutto, diretto, e questo non incontra le mie preferenze. 

Trama de “I ragazzi della Nickel”

La prima cosa da sapere è che “I ragazzi della Nickel” è un romanzo, ma ispirato a una storia vera. Quella raccontata, dunque, è una denuncia sociale e ritengo che così debba essere letta. Forse, il fatto di essere così diretto, è collocabile proprio in questo contesto.  

La vicenda ha per sfondo la Florida degli anni Sessanta, quando il movimento per i diritti civili sta prendendo piede. A Frenchtown, il quartiere afroamericano della capitale, vive Elwood Curtis, un ragazzino cresciuto con la nonna, che si forma sugli insegnamenti di Martin Luther King.

E’ un bravo ragazzo, volenteroso, lavora dopo la scuola per mettere via i soldi per il college. Ma a causa di un fatale errore, quello di accettare un passaggio su un’auto che non sa essere stata rubata, viene spedito alla Nickel Academy, una scuola-riformatorio per soli maschi la cui missione è trasformare il piccolo delinquente in “un uomo rispettabile e onesto”. 

Questo sulla carta. Perché nei fatti la Nickel Academy è un vero e proprio viaggio all’inferno. Violenze, gerarchie, discriminazioni, sono all’ordine del giorno ed Elwood scopre così la brutalità del mondo, la violenza becera e consumata solo per il gusto di essere in posizione di poterla perpetrare.

Nonostante la sua apparente fragilità, Elwood è, come lo definisce Turner, amico e compagno, uno “resistente”, e resiste. Nonostante tutto, continua a credere di poter cambiare le cose, di poterle cambiare seguendo la legge. Turner prova ad aprirgli gli occhi, e ci pensano anche le notizie di tutti i ragazzi torturati e sepolti nel campo della scuola (“La collina degli stivali”). Eppure Elwood è un sognatore e continua a credere. Ma la vita, si sa, non è un film, non è un sogno ad occhi aperti, e anche Elwood lo scoprirà a sue spese.

L’inferno che è esistito davvero

La cosa più sconvolgente de “I ragazzi della Nickel” è sapere che è ispirato alla vera storia dell’Arthur G. Dozier School for Boys di Marianna, in Florida, istituto correttivo chiuso solo nel 2011, per più di un secolo teatro di scene raccapriccianti, abusi, torture e stupri nei confronti di minori incarcerati, allo scopo di “rieducarli” alla disciplina della società civile (per esempio, leggete questo articolo).

Le indagini condotte nel 2012, anche grazie al contributo degli studenti di archeologia della University of South Florida, hanno portato alla luce un’ottantina di tombe clandestine, più di 50 corpi seppelliti e non dichiarati, nei pressi dell’istituto. Dall’analisi del Dna, i cadaveri mostravano segni di un grave stato di malnutrizione, ferite da arma da fuoco, tumefazioni e traumi causati da percosse. Le storie dei sopravvissuti al riformatorio degli orrori, poi, si sono a poco a poco collezionate fino a comporre un inquietante mosaico (ecco un altro articolo).

Un orrore, una storia di disumanità e cattiveria inconcepibile, che Whitehead racconta grazie a quelle dei protagonisti (inventati) del suo romanzo. 

Il finale è dolce e amaro, c’è il dolore di chi sa che quella storia appartiene a tutti, non può e non deve essere dimenticata, e rappresenta il fallimento di un’intera società, che sapeva e taceva… Ma c’è anche in qualche modo poesia, la poesia della vera amicizia, di quella che vuole proteggere e se non riesce cerca di fare giustizia. Anche dopo anni, anni spesi a cercare di dimenticare a fingersi qualcun altro senza poterlo essere davvero.

Le mie impressioni

Non posso dire che “I ragazzi della Nickel” mi abbia stregato. Nel senso che non lo inserirei nella lista dei miei romanzi preferiti. Ma lo consiglio senza dubbio per quel che racconta, per la storia che tutti dobbiamo conoscere e raccontare a nostra volta.

Il fatto che l’abbia letto subito dopo l’autobiografia di Michelle Obama, del tutto involontariamente, è stato positivo, perché quella dell’ex first lady è la storia con il lieto fine. Ma ci sono molte storie che, ahimè, finiscono male, e se sei parte di una minoranza, in un mondo regolato dalla segregazione raziale, sono più di tutte le altre belle storie che ci propinano.

Non conoscevo questo autore e ho deciso di leggere questo romanzo con il gruppo di lettura creato su Instagram da  Giorgia di Leggere e Rileggere e Silvia di 50paginealgiorno, #igrandidelpremiopulitzer. Un bellissimo viaggio, che proseguirò alla scoperta di altri grandi maestri della letteratura.

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