Prendi il tuo cuore spezzato e trasformalo in arte“, ha scritto Carrie Fisher, e in questi giorni di guerra, ho idea che il nostro cuore spezzato non possa fare altro che diventare arte: arte di sopravvivere, arte di sperare, arte di provare a stare meglio, arte di fare del bene, anche nel nostro piccolo, e arte vera e propria. Come scrivere, che per me è cura e sopravvivenza. E quindi eccomi qui, a SCRIVERE.

Narrazioni di guerra e dolore

Dire di stare male, di provare dolore, davanti a una guerra, sembra motivo di vergogna: al pensiero di quello che stanno vivendo molte persone sulla loro pelle, provare qualcosa a livello mentale, di pancia, empatico, ci provoca senso di colpa. Eppure, lo stiamo provando questo dolore, fortissimo.

Dal canto mio, non faccio che leggere notizie e articoli, nella speranza di comprendere qualcosa di inconcepibile. Di nuovo, come due anni a questa parte, una cosa che non sembrava potere accadere sta accadendo, una cosa che sembrava doversi risolvere in pochi giorni sta avanzando inesorabile, sta diventando sempre più duratura, sempre più vicina, sempre più vera.

Mi permetto questo accostamento, Covid/guerra, mi sembra quasi naturale: del resto, volenti o nolenti, sono due anni che ascoltiamo narrazioni di guerra ed è anche per questo che siamo così stanchi e provati.

Di fronte alla minaccia della pandemia, la comunità nazionale è stata esortata a stringersi compatta (l’union sacrée del ’14, che Macron ha esplicitamente citato nei suoi discorsi televisivi ai francesi) e a rispondere con orgoglio e determinazione. Come i nonni (o bisnonni, ormai) sulla Marna e sul Piave, appunto.

MARCO MONDINI su https://ilbolive.unipd.it (8 maggio 2020)

Incontrare vite e farne racconti

scrivere

Qualcosa che ho imparato su di me, in questi anni, è che non sono in grado di commentare quel che accade in maniera razionale, figuriamoci una guerra.

Da giornalista… quante volte ho provato a “commentare” i fatti in modo da aiutare anche altri a comprenderli.

Professioniste come Cathy La Torre, Oiza Q. Obasuyi, Jennifer Guerra, Leila Belmoh, Carlotta Vagnoli, per citarne alcune, hanno tutta la mia stima e ammirazione, perché oltre ad essere preparatissime sui temi che trattano, hanno trasformato i loro valori e quello per cui costantemente lottano, nella loro vita e professione, diventando, grazie al loro duro lavoro e al metterci la faccia, autorevoli sui social e nel mondo reale.

Per quanto mi riguarda, ci sono due fattori: il primo ha a che fare con la conoscenza, dal momento che non ho una preparazione tanto forte in settori quali geopolitica, storia, sociologia, antropologia, scienze umane ecc.; ma questo aspetto sarebbe senza dubbio superabile con lo studio e l’aggiornamento costante.

Il fattore determinante è a mio avviso la predisposizione: credo di essere più capace di “sentire”, in senso figurato ma anche letterale, ascoltare storie degli altri e raccontarle a mia volta.

Del resto, ho sempre detto che ho iniziato a fare la giornalista per questo, per il mio desiderio di incontrare vite e farne racconti.

E in fondo, anche se in modo diverso, anche i racconti possono aprire lo sguardo a nuove consapevolezze e cambiamenti…

Narrazioni di speranza

Questo preambolo, per dire che ho incontrato Olga e della sua storia ho fatto un racconto.

Olga è ucraina, vive in Italia da 3 anni con la sua famiglia stretta, ma le sue nonne, i suoi cugini, gli amici… sono lì, dove si bombarda.

Ho incontrato Olga l’anno scorso, durante Giovani&Giornalismo e dopo un anno esatto ci siamo rincontrate. Olga ha 19 anni e mi ha aperto il suo cuore, con il coraggio e la determinazione negli occhi, quelli di chi ha avuto una vita complessa, ma felice, di chi vede quel che accade ma spera che sia solo di passaggio. E vuole tornare a casa in estate, mangiare il suo piatto preferito, abbracciare la sua terra, il suo mondo…

Quella di Olga, nonostante tutto, è anche una narrazione di speranza, non solo di guerra.

Ho detto a Olga che la avrei intervistata per il giornale inFolio, ma definire quella che ho fatto “intervista” è decisamente improprio. Un racconto piuttosto. E lo condivido qui di seguito, per ricordare e non dimenticare.

narrazioni di guerra

Olga (tratto da inFolio del 11 marzo 2022)

«Noi ucraini non diciamo che oggi è il 4 marzo, ma che è il nono giorno di guerra». Inizia con queste parole la mia intervista a Olga, una ragazza ucraina che tra qualche giorno compirà 19 anni, tre dei quali vissuti in Italia.

Da qui, dal suo appartamento di Pioltello, in cui vive con i suoi genitori e sua sorella minore, guarda con dolore la guerra che dal 24 febbraio ha colpito il suo Paese. Ogni giorno sente al telefono le sue nonne, che non vogliono lasciare la loro casa, i suoi cugini, i familiari, gli amici, che non possono abbandonare l’Ucraina per una possibile chiamata alle armi e hanno paura, ma nello stesso tempo vogliono restare per difendere la loro casa.

«Spero che finisca tutto presto, voglio tornare a casa quest’estate, voglio mangiare il mio piatto preferito, voglio riabbracciare tutti» dice con la voce rotta dal pianto.

Il racconto di Olga è di quelli che una ragazza non dovrebbe mai fare, che nessuno dovrebbe mai sentire. Eppure, eccoci qui, sedute una davanti all’altra davanti al tavolino di un fast food. Un anno fa, proprio di questi tempi, iniziavamo insieme un percorso decisamente diverso, quello del bel progetto di educazione civica e educazione al giornalismo di inFolio, Giovani & Giornalismo, a cui Olga ha partecipato insieme alla sua classe del Machiavelli di Pioltello: quel percorso era stato pura resistenza, nei confronti della pandemia, un progetto nato dalle ceneri di un anno difficile per tutti, per i ragazzi ancora di più. E anche oggi siamo qui a resistere ancora, con un nemico ancora più spietato e folle.

«Stiamo vivendo un incubo» prosegue Olga. «Il 20 febbraio mi sono svegliata alle 6.38, lo ricordo benissimo, e ho ricevuto tantissime notifiche di amici e parenti, che dicevano che la Russia aveva già attaccato. Anche la mia città, Ivano-Frankivsk, a ovest, perché abbiamo, anzi avevamo ormai, un punto strategico militare».

Dove abitano familiari e amici di Olga, ora la situazione sembra essersi tranquillizzata, anche se ancora a volte si sentono suonare le sirene e, specie i primi giorni, le persone correvano a nascondersi nelle cantine o nei sottoscala. La paura è tanta, ma il pensiero di Olga corre al coraggio del suo popolo: «In questo periodo ho avuto la prova che noi ucraini siamo una forza, siamo uniti, anche quelli che non sono li, quelli che sono qui in Italia per esempio: stiamo raccogliendo beni di prima necessità, medicinali, soldi, che vanno al confine con l’Ucraina, perché nessuno può entrare o uscire, tranne donne e bambini».

Ormai sono all’ordine del giorno le immagini della separazioni dei papà dai loro bambini e dalle loro mogli e chiedo a Olga se è vero che gli uomini sono chiamati alle armi, perché mi sembra impossibile, mi sembra qualcosa che appartiene ai libri di storia. E invece no: «Per ora solo uomini che hanno esperienza militare, ma ho sentito dire che Zelensky ha firmato per chiamare alle armi anche civili».

E se il 4 marzo era il giorno delle prime trattative, del sogno dei corridoi militari per mettere in salvo i civili, a una settimana di distanza le cose non sono molto diverse: in Ucraina si continua a morire e la trattativa non ha spento le bombe.

«Non capisco perché nel 2022 ci sia questa modalità» commenta Olga, dando voce alla domanda che ci facciamo tutti. «Viviamo in questo mondo, con la tecnologia, non capisco perché devono morire civili, i bambini. Le mie giornate, anche se sono qui, sono tutte concentrare su quello che sta accedendo lì: mi sveglio e leggo le notizie, vado a scuola e nell’intervallo leggo le notizie, torno a casa e guardo il telegiornale e quando tornano i miei genitori parliamo sempre con le mie nonne, che sono in panico, proprio ora che hanno tutto, hanno la loro casa e sarebbe il momento di vivere tranquille».

Non vogliono venire qui, chiedo? E mentre mi risponde di no, mi rendo conto di quanto sia sciocca la domanda: chi a 70 anni, lascerebbe il posto che chiama casa?

L’intervista va avanti, Olga mi racconta di quanto le manca la sua città,  del suo piatto preferito, il borsh, una zuppa di barbabietole e carote, della sua vita, di tantissime altre cose, ma soprattutto della speranza che tutto finisca presto: «Non so se è bene o male, ma sono ottimista, penso che vinceremo, con tutte queste forze, con tutto questo supporto, secondo me la guerra finirà presto».

Durante Giovani & Giornalismo, a  Olga ho insegnato un pochino di quello che ho imparato facendo la giornalista. Quando la saluto e la vedo allontanarsi, mi rendo conto di non aver rispettato neanche una delle regole che un buon reporter dovrebbe conoscere, che le regole non valgono più davanti a una guerra e che questa non è nemmeno una vera intervista. Quello che so, è che vorrei che tutti avessero ascoltato Olga parlare, visto i suoi occhi mentre raccontava. E so per certo che volevo raccontarvelo a mia volta.

Per non dimenticare.

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