Ogni tanto nell’universo una nana bianca esplode, in un lampo di devastante fulgore elettromagnetico, annichilendo ogni altro corpo celeste attorno a sé in un raggio di miliardi di chilometri, ma sopravvivendo alla sua stessa furia“.

Mi aspettavo tutto un altro libro, uno di quelli che contiene sì un’esplosione, ma non nella direzione di “Nova” di Fabio Bacà. Mi aspettavo quello che mi aspetto sempre dai libri, SPERANZA, mentre Nova non accenna per niente a questa idea nei sentimenti umani.

Eppure… questo libro mi ha stregata, non me ne viene in mente uno simile, invidio a Bacà la maestria e l’abilità in cui utilizza la parola, riuscendo a trasmettere la sensazione crescente di pathos, panico, paura, fino al finale pazzesco, inaspettato, inatteso, sorprendente facendo evolvere il linguaggio con la storia, con il modo in cui il protagonista si trasforma travolgendo tutto attorno a sé.

Ecco, senza dubbio la trama di questo romanzo merita un plauso, ma l’elemento più meritevole secondo me resta la cura nell’utilizzo della parola. Ho letto che Bacà ha esordito tardi (in termini anagrafici) e fin dal primo romanzo con Adelphi. Bene, ora capisco perfettamente il perché…

Tra cervello e corpi celesti

Ho desiderato leggere “Nova”, fin da quando una libreria vicino a casa mia ha ospitato Fabio Bacà per la presentazione. La trama riportata nell’invito mi ha subito affascinato. Aveva a che fare con il cervello e con un assunto interessante: “a contare (e spesso esplodere nel modo più feroce), è quanto del cervello, qualunque cosa sia, non si sa“.

Che poi, a rileggerla e riscriverla, mi sono resa conto solo ora che questa frase conteneva la parola “feroce”, che non avevo affatto assorbito: per qualche recondito bias cognitivo, molto probabilmente, non l’ho fatto, proprio perché parole come “feroce” e “violenza” mi terrorizzano e paralizzano, esattamente come accade a Davide, protagonista di questa storia (forse è per questa somiglianza che mi sento tanto coinvolta???)

Perché a Davide succede una cosa che è successa tante volte a me: davanti a un episodio violento diventa una statua di sale (vi ho per caso raccontato di quella volta, a 16 anni, in cui una tizia in discoteca mi ha centrato con una sberla, solo per il gusto di sfogare la sua rabbia, e io sono stata ferma come un’allocca guardandola come allucinata?! Davide, sono come te!)

Comunque…

Davide è un neurochirurgo, e sa tutto del cervello; o meglio, pensa di sapere tutto. Ma quello che sa gli basta per vivere una vita tranquilla, con la moglie Barbara, ipervegana, e il figlio Tommaso, timido, studente modello, e appassionato di astri (altra passione che condivido con i personaggi di questa storia: Eleonora-passione astronomia).

Per completare un “perfetto” quadretto familiare, ci sono tre animali: un Jack Russell di nome Fred Flintstone e due gatti, Epaminonda e Kociss.

A parte i frequenti pensieri sulla morte, le beghe con il vicino di casa Massimo Lenci e le angherie del dottor Martinelli, primario del reparto di neurochirurgia dell’ospedale di Campo di Marte, la vita di Davide a Lucca sembra scorrere tranquilla. Una vita normale, una famiglia normale…

Ma…

Quanto tutto esplode, come una “Nova”

Nova

Come dicevo prima, Davide è “geneticamente inabile alla violenza“. Tanto che, davanti a un episodio di tentata aggressione che vede coinvolta sua moglie, in un ristorante, lui resta fermo, impassibile. In difesa della consorte, interviene invece un uomo che con decisione (e violenza) difende Barbara e se ne va.

L’uomo resta uno sconosciuto, fino a quando (coincidenza o meno) Davide lo incontra in auto a un incrocio e decide di seguirlo e scopre tutto di lui: si chiama Diego, è un maestro zen e ha l’ambizione di dimostrare a Davide che la violenza (o, come lo chiama lui, il potere) è parte di sé.

Grazie alla filosofia orientale, Diego racconta di aver imparato a controllare i suoi impulsi di rabbia e la sua irrequietudine. Sostiene che la società moderna abbia represso certi istinti per evitare i conflitti, contrari in teoria all’idea di “civiltà”, ma che, in realtà, secondo lui sono proprio questi impulsi violenti che hanno portato a far nascere la civiltà stessa, e reprimerli significherebbe negare la propria essenza stessa.

… solo che questa faccenda della violenza sfuggirà decisamente di mano.

Perché grazie (o a causa) degli insegnamenti di Diego, Davide cambierà, accetterà la violenza e la metterà in pratica, con uno spaventoso effetto domino che avrà conseguenze devastanti. E “devastanti” non avete nemmeno idea di cosa significhi: la violenza travolgerà tutto e tutti in maniera incontrollabile.

“Nova”, come si sopravvive alla propria stessa furia?

La vita è una questione di giuste proporzioni” dice quasi sul finire del libro Bacà… e tra le righe ci leggo che lo sia fra il controllo razionale dei propri istinti e il bisogno di liberarli nel momento in cui è necessario farlo, persino a costo di perdere per un attimo il controllo. “A un certo punto deve succedere. O sei illuminato o non lo sei. O sei innamorato o non lo sei. O sei pronto o non lo sei”.

Affascinante questo viaggio alla scoperta della parte più oscura di sé stessi. Ma poi?

A questo punto, dimmelo tu, dottore […] Come faremo a salvarlo da stesso? A salvarci da quello che abbiamo risvegliato dentro di lui?“.

Il paragone con la “nova” è estremamente affascinante: “ogni tanto nell’universo una nana bianca esplode, in un lampo di devastante fulgore elettromagnetico, annichilendo ogni altro corpo celeste attorno a sé in un raggio di miliardi di chilometri, ma sopravvivendo alla sua stessa furia“.

In pratica questa frase, in ultima pagina, è la metafora che l’autore usa per parlare della violenza. Come il fenomeno astronomico appena descritto, anche la violenza scaturisce dall’accumularsi di eventi e pensieri dolorosi difficili da controllare, e una volta sprigionato il suo potere non risparmia nessuno, nemmeno l’individuo più tranquillo, come Davide. E alla fine di tutto questo, anche la stella originaria, travolge tutti e deve sopravvivere alla sua stessa furia. Ma come fare? Come si sopravvive?

“La violenza era ripugnante. Eppure era inevitabile. Era inconcepibile. Ma era produttiva. Era vile. Ma ti faceva sentire vivo. Era disumana. Eppure profondamente, indissolubilmente, umana. Come avrebbe risolto questo gigantesco Koan?”

E sul finale, agghiacciante e stupendo richiamo a Shakespeare: “Ora so che l’universo è infinito perché contiene tutto l’odio generato dalla razza umana dall’inizio dei tempi. Questa è la sostanza di cui siamo fatti: sangue, furore e detriti di sogni al confine tra sonno e veglia“.

Ho una nuova ossessione: si chiama Bacà.

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