Non sono sicura di aver compreso il finale de “Il filo avvelenato” di Laura Purcell. Arriva troppo veloce, inaspettato e lascia tutta una serie di quesiti aperti e di vicende in sospeso.

Devo dire che ha un po’ rovinato l’opinione generale su questa lettura, che nel complesso ho trovato avvincente, con due storie femminili che si intrecciano, continui colpi di scena, suspence e brividi lungo la schiena.

Ma andiamo con calma…

Fuori dalla mia comfort zone

Esco ogni tanto dalla mia zona comfort, buttandomi su letture gotiche, che trovo perfette per il mese di novembre e questo periodo dell’anno.

L’anno scorso, per esempio, era stato “Io sono la strega” di Marina Marazza, la storia vera romanzata di uno dei processi alle streghe più famosi che ci sono stati tramandati dalla storia. A maggio, con “Vardø. Dopo la tempesta” di Kiran Millwood Hargrave, mi ero rituffata nella caccia alle streghe, andando però in Norvegia, dove nel 1600 77 donne furono bruciate vive perché ritenute streghe.

Il filo avvelenato” non ha nulla a che fare con la caccia alle streghe, anche se in qualche modo qualcosa mi ha ricordato questi libri e le loro storie: maledizioni e stregonerie, la condanna a morte, le vite di donne relegate a sottostare alle regole imposte dalla società, alle violenze, alla morale benpensante, solo per citare alcuni aspetti.

Due protagoniste

Due sono le protagoniste de “Il filo avvelenato“, entrambe molto convincenti.

Ruth Butterham, una giovanissima donna (appena 16enne) che viene condannata all’impiccagione con l’accusa di aver ucciso la sua padrona. Un omicidio che lei confessa, convinta di averla ammazzata con una maledizione trasmessa attraverso la sua arte, quella della sartoria.

Dall’altro lato, una donna benestante, Dorothea Truelove, con una bizzarra passione, la frenologia, una stramba pseudo-scienza che prevedeva che dalla forma del cranio si potesse indovinare il carattere e la psicologia dell’individuo con tanto di inclinazioni malvagie e benevole; la donna, convinta che si possa anche intervenire sulla testa delle persone, lavorando sui “bozzi” per rendendole meno cattive, passa il tempo in carcere, dove incontra alcune detenute e con la scusa di fare del bene studia il loro cranio.

Ed é qui che le strade delle due donne, così distanti e diverse (apparentemente), si incrociano.

Ruth racconta la sua storia a Dorothea, che nel frattempo racconta la sua al lettore, lasciandolo convinto che la prima sia più coinvolgente per poi comprendere che anche quella delle bella Dorothea nasconde misteri e questioni irrisolte, e che il male si cela nel bene e viceversa.

Trama de “Il filo avvelenato”

il filo avvelenato

La trama si svolge interamente nel Regno Unito di età vittoriana, fra la splendida casa della famiglia Truelove e la Oakgate Prison, dove appunto si incontrano le protagoniste, Dorothea Truelove e Ruth Butterham. 

La narrazione alterna il punto di vista delle due donne, con capitoli in cui Ruth racconta la sua storia a Dorothea a capitoli in cui Dorothea racconta la sua invece al lettore, commentando anche quello che scopre da Ruth.

Il romanzo vive di opposti, a partire dai nomi delle de protagoniste: da un lato Dorothea Truelove, il cui nome deriva dal greco e significa “dono di dio“, mentre il cognome tradotto dall’inglese vuol dire “amore vero“; dall’altro Ruth Butterham, il cui cognome significa “burro e prosciutto“.

La prima vive nell’agio e nella ricchezza, con un canarino come animale domestico, la seconda fatica a trovare da mangiare, é vittima di continue violenze e dorme prima nella casa/prigione della sartoria per cui lavora, poi in prigione. Dorothea é una bellezza canonica inglese con boccoli biondi e pelle di porcellana, Ruth, invece, ha crespi capelli neri e occhi scuri, troppo distanziati tra loro, mani rovinate dai calli a furia di cucire.

La prima vive circondata da eventi mondani e convenzioni sociali, assiste i meno fortunati e può permettersi di appassionarsi a qualcosa (come la frenologia), di innamorarsi (di un poliziotto, con un amore nascosto per non correre il rischio di perdere l’eredita) e di ribellarsi alle nozze combinate e all’imposizione di gusti e religione da parte del padre.

La seconda, invece, ha una vita completamente diversa, povera, e deve sottostare prima al feroce bullismo delle ragazzine perbene, alla vita con un padre ubriacone che vuole fare il pittore, che non ha i soldi per chiamare un medico che possa aiutare la madre a partorire, costringendo lei ad assistere al parto, fino alla schiavitù nel retro di uno splendido atelier per signore che la picchiano e la riducono alla fame, quindi alla prigione in cui è detenuta per omicidio.

L’incontro di questi mondo sarà fondamentale e scardinerà tutte le loro certezze.

Scienza vs stregoneria

Avevo un modo per fare del male alle persone: un modo molto speciale, tutto mio”

Scienza vs stregoneria.

Ruth é convinta di aver ucciso la sua padrona e di aver inflitto diverse maledizioni solo usando ago e filo.

Ma è davvero possibile fare del male ad una persona senza neanche toccarla con un dito?

L’insieme delle sventure che capitano a questa giovane ragazza nutrono l’odio e la rabbia che prova per i suoi carnefici, al punto tale che la sua unica missione sarà fare loro del male. Arriverà a credere di aver ucciso diverse persone con i suoi ricami e i suoi corsetti.

Dorothea non potrebbe mai credere a una cosa del genere. Ascolta la storia di Ruth, ma vive di scienza e si affida in particolare alla frenologia. Secondo Dorothea non é certo ago e filo ad uccidere, ma la forma del cranio!

“Ha una di quelle facce che i fisiognomici definirebbero tigrina: bocca larga, occhi distanti e piegati all’ingiù verso il naso. Si dice che gli individui tigrini siano autoritari e vendicativi, il che coinciderebbe con ciò che posso intravedere del cranio di Ruth: è grande, come quelli di tutti i soggetti propensi alla ferocia. Occhi e capelli scuri sono un segno di carisma quanto di grossolanità. I riccioli ispidi che le crescono in testa rivelano la natura dei sentimenti che la abitano: rozzi e incolti”

Dorothea nega il potere dell’odio fino alla fine, ma un clamoroso epilogo le dimostrerà non solo che niente è come sembra e che l’inganno è sempre dietro l’angolo e che bene e male spesso non si celano dove si crede!

Cosa penso de “Il filo avvelenato”

Nel complesso, questo romanzo mi é piaciuto. Scritto in maniera catalizzante, storia avvincente, le due voci narranti sono molto convincenti.

La storia di Ruth, fin dall’inizio, sconvolge e coinvolge, quella di Dorothea ci mette un pochino di più, ma alla fine svela tutte le sue carte.

Il finale, come dicevo, mi ha lasciato perplessa: troppo rapido, al punto che non ho ben capito cosa sia successo: due possibilità sono aperte, ma resto confusa!

Ma in generale consiglierei questo libro, specie in questo periodo dell’anno: dalla notte di Halloween a fine novembre il gotico fa per me, per il resto non saprei 😉

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.